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Volatilità e active share, tradire il benchmark non paga nel lungo periodo

Scritto il alle 14:05 da Redazione

I mercati sono stati attraversati nella seconda metà del primo trimestre dell’anno da un picco record di volatilità, con corsi azionari crollati repentinamente e che ora stanno cercando di recuperare terreno. Il riemergere di scenari con mercati altamente volatili fa tornare in auge il concetto di active share, ossia il comporre un portafoglio che si discosti di molto per composizione da quello del benchmark. Se prendiamo un ETF parliamo di uno strumento che per sua natura ha un active share pari a zero in quanto il suo obiettivo è proprio replicare il benchmark, di contro la gestione attiva va a discostarsi dal benchmark. Secondo un’analisi di Vanguard, leader nelle gestioni passive, non necessariamente la scelta di ricorrere alle cosiddette ‘active share’ nelle fasi di forte volatilità produce risultati ottimali nel lungo termine

In una recente analisi, Vanguard ha analizzato i risultati delle gestioni attive ad alto turnover, confrontandole con quelli delle gestioni passive e delle gestioni attive che non si discostano dal benchmark di riferimento e caratterizzate da una bassa movimentazione del portafoglio.
I dati utilizzati si riferiscono ai rendimenti mensili generati dai prodotti, sia in termini lordi sia al netto dei costi, partendo dal 2003 fino al 2018. “Le evidenze hanno messo in luce che, in media, le gestioni che movimentano di più il portafoglio e che si discostano di più dal benchmark di riferimento non riescono a ottenere extra-rendimenti rispetto alle gestioni passive a basso costo e quelle caratterizzate da un basso allontanamento dall’indice di riferimento”, rimarca Simone Rosti, Responsabile di Vanguard per l’Italia, che asserisce quindi che investire in un fondo di investimento che ha in portafoglio un’alta percentuale di azioni diverse da quelle dell’indice di riferimento non porta realmente benefici nel lungo periodo. La media degli extra-rendimenti netti delle prime, infatti, si attesta a -0,84%, contro il -0,72% delle altre due tipologie di gestione.

L’analisi di Vanguard evidenzia anche la correlazione inversa tra la movimentazione del portafoglio di un fondo e le commissioni dallo stesso applicate ai sottoscrittori rispetto al rendimento netto. Le gestioni attive ad alto turnover, infatti, hanno un expense ratio medio dell’1,02%, mentre l’expense ratio medio delle altre due tipologie di gestione è dello 0,84%. “La presenza di ‘active share’ comporta inoltre una maggiore dispersione dei risultati finali – aggiunge Rosti – senza un parallelo aumento del rendimento medio atteso. In contesti volatili come quello attuale la scelta più saggia per un investitore è quella di restare fedele ai propri obiettivi di lungo periodo, mantenendo le posizioni e aumentando il grado di diversificazione del portafoglio tramite gli ETF, essendo questi strumenti facilmente liquidabili e utilizzati anche per eventuali rotazioni di portafoglio”.

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