Gli States hanno una marcia in più, ecco gli ETF per cavalcare il sogno americano

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Il mondo rallenta, gli Stati Uniti no. La prima lettura del Pil statunitense relativa al terzo trimestre ha confermato il momento di grazia dell’economia a stelle e strisce con un balzo del 3,5% annualizzato dopo il +4,6% del trimestre precedente. Si tratta della migliore accoppiata di trimestri consecutivi dell’ultimo decennio. Prova di forza della prima economia mondiale confermata dai riscontri in arrivo dal mercato del lavoro con richieste settimana di sussidi di disoccupazione ai minimi a 14 anni e creazione di posti di lavoro che è tornata ad essere sostenuta nel mese di ottobre. Ottimo stato di salute che non lascia indifferente la Federal Reserve che nel meeting di fine ottobre ha fatto esplicito riferimento all’andamento migliore delle attese del mercato del lavoro. Un rialzo dei tassi non appare però imminente anche alla luce dell’andamento dell’inflazione, decisamente sotto il target del 2% complice soprattutto l’effetto del calo dei prezzi del petrolio. La prima stretta potrebbe arrivare verso la metà del prossimo anno, ma con ogni probabilità “il ritmo della normalizzazione monetaria sarà più lento e inferiore rispetto al passato”, ha sottolineato Rick Rieder, cio Fundamental Fixed Income di BlackRock, a seguito della fine del QE3 della Fed.

Il mix di crescita sostenuta e politica monetaria comunque ancora accomodante non manca di riflettersi sulle performance in Borsa. Wall Street ha chiuso ottobre sui nuovi massimi storici e anche il nuovo mese si è aperto con l’umore degli investitori alle stelle grazie anche ai riscontri migliori del previsto in arrivo anche dalla nuova earning season. Ad oggi, infatti, circa l’80% delle società dell’S&P 500 che ha riportato i conti relativi al trimestre tra luglio e settembre ha battuto le attese.

S&P 500 a velocità doppia rispetto all’equity Ue
L’S&P 500 si è affacciato quindi al mese di novembre, che statisticamente è quello più proficuo in termini di ritorni, con un salto positivo di oltre il 6% negli ultimi 6 mesi rispetto al magro -4,5% circa dell’Eurostoxx 50 nel’analogo arco di tempo – peggio ancora ha fatto Piazza Affari con un tonfo del 13% rispetto ai livelli di fine marzo – confermando la propria capacità di sovraperformare rispetto all’equity europeo. Considerando gli ultimi 4 anni, lo S&P 500 è salito del 65% rispetto al risicato +7,75% dell’Eurostoxx 50 che in questi anni ha dovuto fare in conti con la crisi del debito e una recessione più duratura.
Investitori rimangono bullish per i prossimi 6 mesi
Ma qual è il sentiment per i prossimi sei mesi? Gli investitori si preparano ai prossimi sei mesi di Borsa con ancora una netta prevalenza di posizioni “bullish” (rialziste) avallata dalla forza dell’economia Usa che sembra in grado di schivare la debolezza che caratterizza la congiuntura fuori dai confini statunitensi. L’AAII Investor Sentiment Survey al 29 ottobre vede la percentuale dei bullish per i prossimi 6 mesi attestarsi al 49,4% rispetto al 29,6% dei “neutral” e il 21,1% dei “bearish”.
Non sembra quindi all’orizzonte un cambio di umore di Wall Street anche se il mercato toro imperversa oltreoceano orami da oltre 5 anni con multipli tornati a livelli abbastanza tirati. “Anche se siamo consapevoli del fatto che la debolezza economica presente in Europa e in Asia e il rafforzamento del dollaro siano tutti fattori sfavorevoli per gli utili societari statunitensi, a nostro avviso, al momento non c’è alcun segnale che indichi un’imminente recessione negli USA, né una bolla che possa causare un crollo”, rimarca Cédric Le Berre, Multi-Management & Fund Research di Union Bancaire Privée (UBP). Lo strategist di UBP ritiene che le attuali valutazioni dell’indice S&P 500, che tratta a valori di utili stimati pari a 14,5 volte per il 2015, con il mercato azionario statunitense ancora interessante in un’ottica di lungo periodo.

Replicanti su Wall Street, liquidità al top 
L’offerta di ETF atti a catturare le performance della più grande piazza finanziaria del pianeta è decisamente ampia. Sul mercato ETFPlus di Piazza Affari sono una cinquantina gli ETF che permettono di replicare l’andamento degli indici azionari Usa: da quelli generali legati ai principali indici (S&P 500, Dow Jones, Msci Usa e Nasdaq, Russell 2000) a quelli che permettono di avere un’esposizione in titoli delle società statunitensi a più alto dividendo e, infine, tra gli indici strategia come quelli low volatilità che permettono di selezionare i titoli dell’S&P 500 che presentano minore volatilità e con delle correlazioni storiche tra titoli abbastanza basse da consentire una riduzione del profilo di rischio. Ci sono poi gli ETF strutturati che permettono di andare short o a leva sull’equity statunitense. Prendere posizione su Wall Street attraverso gli ETF è indicato a chi intende esporsi sul mercato statunitense mantenendo un elevato grado di diversificazione dell’investimento sia in termini di titoli che a livello settoriale. Gli ETF legati a Wall Street, oltre a presentare una minore rischiosità percepita, si mostrano efficienti a livello di costi di negoziazione anche in contesti volatili. La liquidità degli ETF risulta dipendere principalmente da quella dei titoli che compongono il sottostante e, pertanto, agganciarsi a indici molto liquidi come lo S&P 500 permette di godere di bassi spread denaro-lettera, ovvero lo scarto fra il prezzo in acquisto e quello in vendita, che contribuiscono a ridurre il costo totale del fondo per l’investitore. In generale lo spread degli ETF sull’equity statunitense quotati a Piazza Affari è in media dello 0,11% (dati Borsa Italiana al settembre 2014 per controvalori di 25.000 euro).
Per quanto concerne i rischi, oltre alla concentrazione dell’investimento su un unico mercato, per l’investitore dell’area euro è presente anche il rischio cambio. In questo senso sono presenti anche ETF che permettono di neutralizzare quasi totalmente l’effetto delle fluttuazioni del cambio euro/dollaro. La copertura valutaria (hedging) è indicata soprattutto per chi teme una prolungata fase di apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro Usa. Di contro quelli classici sono da preferire in casi di dollaro forte come nelle ultime settimane che hanno visto una rapida risalita del biglietto verde rispetto all’euro.

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