Tensioni geopolitiche un preludio al ritorno della volatilità? Gli ETF per contenerne gli effetti

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La corposa discesa del mercato di giovedì scorso, complice l’acuirsi delle tensioni geopolitiche, ha riportato d’attualità i timori legati alla prospettiva di un aumento della volatilità sui mercati. L’indice Vix, riferimento principale per misurare la temperatura del nervosismo sui mercati, si attesta ormai da diverso tempo vicino ai minimi storici; e nonostante le oscillazioni del mercato della scorsa settimana, la volatilità è ancora molto bassa rispetto agli standard storici.
Le crescenti tensioni geopolitiche, tra il tragico abbattimento di un aereo civile malese in Ucraina e l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza, hanno fatto parzialmente deragliare il rally dei mercati dopo che proprio all’inizio della scorsa settimana le azioni statunitensi avevano aggiornato i massimi sostenute da un solido inizio dell’earning season oltreoceano.
Sullo sfondo rimane anche l’azione della Federal Reserve verso una politica monetaria meno espansiva che dovrebbe portare un ulteriore rialzo dei tassi di interesse reali già in aumento da oltre un anno rispetto ai minimi storici nella primavera del 2013. E l’indice Vix tradizionalmente segue nel percorso rialzista il livello dei tassi d’interesse reali Usa a breve con uno scarto di circa due anni.
I violenti picchi al rialzo della volatilità del post-Lehman hanno reso gli investitori più sensibili a questa variabile e propensi quindi a cercare strumenti che offrano riparo da tale eventualità. Tra questi spiccano sicuramente gli ETF low volatility presenti sul mercato da poco più di 4 anni e che hanno catturato diversi sostenitori soprattutto oltreoceano. Si tratta di ETF che rientrano nella categoria degli “smart Beta”, ossia che vanno a replicare indici diversi dai tradizionali indici a capitalizzazione di mercato; in sostanza permettono di mantenere una piena esposizione al comparto azionario, ma con meno volatilità selezionando i titoli che presentano storicamente minori oscillazioni di prezzo. “Gli investitori chiedono sempre più di regolare i loro portafogli per ridurre al minimo il rischio volatilità, pur continuando a soddisfare i loro obiettivi a lungo termine – sottolinea Patrick Dunne, Head of iShares Global Markets and Investments di BlackRock – anche alla luce del fatto che oggi i tradizionali beni rifugio quali liquidità e obbligazioni governative non forniscono una buona alternativa con rendimenti pari o vicino a minimi storici”.

ETF low volatility: minore drawdown e performance competitive
Gli ETF low volatility/minimum variance prevedono una distribuzione dei pesi correlata con la volatilità dei singoli titoli. Il peso di quelli meno volatili aumenta, mentre viene ridotto quello dei più volatili. Il risultato è il contenimento del rischio a parità di rendimento atteso, ma in diversi casi si riscontra anche la generazione di una sovraperformance rispetto al benchmark market-weight, in particolar modo nei frangenti di mercato in cui si riscontra un aumento di volatilità beneficiando del loro minore drawdown. Ad esempio, da inizio anno l’iStoxx Europe Minimum Variance Index segna un +10% rispetto al +3,7% dello Stoxx Europe 600.

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