Petrolio sotto scacco della shale revolution

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La shale revolution promette di sconvolgere lo scenario energetico mondiale con riflessi già ora sull’evoluzione dei prezzi del petrolio. L’estrazione dello shale oil & gas, ossia l’estrazione da roccia argillosa che imprigiona al suo interno petrolio o gas naturali, rappresenta la nuova frontiera per abbattere i tempi di estrazione e andare a soddisfare la domanda energetica della prima economia mondiale. Una tecnica di estrazione criticata dagli ambientalisti e che promette di svilupparsi con decisione anche fuori dagli Stati Uniti con Paesi quali Argentina, Russia e Algeria che hanno già individuato importanti siti atti allo shale oil.

Svolta con Usa primo produttore, ma tra 10 anni situazione potrebbe mutare nuovamente
Gli Stati Uniti si apprestano così a mettere la freccia di sorpasso ai danni di Russia e Arabia Saudita per diventare entro un paio d’anni il primo produttore mondiale di petrolio e andare a grandi passi verso una completa autonomia energetica. Un nuovo scenario che inciderà nei prossimi anni soprattutto sulle strategia delle big mediorientali che dovranno probabilmente rallentare gli investimenti petroliferi in vista di tempi più propizi. Dal World Energy Outlook 2013 diffuso dall’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea, International Energy Agency) emerge che gli Stati Uniti entro il 2015 dovrebbero completare il sorpasso ai danni di Russia e Arabia Saudita divenendo il primo produttore mondiale di greggio. L’aumento della produzione di petrolio da fonti non convenzionali permetterà di colmare il gap tra la domanda petrolifera mondiale e la produzione di petrolio convenzionale. Guardando oltre l’Iea stima però che a partire dal 2025 la produzione non-Opec inizierà a scendere e allora sarà necessario un aumento sostanziale della produzione di petrolio del Medio Oriente per fronteggiare l’aumento della domanda globale, visto nell’ordine di un terzo in più da qui al 2035. “Anche se l’aumento produzione di petrolio in Nord America e Brasile riduce il ruolo dei paesi OPEC nel soddisfare la domanda di petrolio nei prossimi dieci anni – rimarca l’Iea – il Medio Oriente rimane l’unica grande fonte di petrolio a basso costo”.
Principale conseguenza di questa rivoluzione energetica a stelle e strisce è un aumento dell’offerta statunitense con scorte di greggio in veloce aumento nelle ultime settimane con contestuale calo dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali. Le quotazioni del Wti a New York si sono portate in questi giorni sui minimi degli ultimi 5 mesi in area 93 dollari al barile vanificando buona parte del rally della prima metà dell’anno.
Sul segmento ETC/ETN del mercato ETFPlus di Piazza Affari sono numerosi i replicanti che permettono di prendere posizione in vario modo sul petrolio (long, short o a leva) . Inoltre i due principali emittenti di Exchange traded commodity (ETF Securities e Deutsche Bank) propongono anche ETC sul petrolio che offrono una copertura dal rischio valutario, ossia l’investitore non è esposto (né in netagivo né in positivo) alle fluttuazioni del tasso di cambio euro/dollaro.

Prospettive per il petrolio
Nonostante secondo l’IEA (International Energy Agency) sarà comunque un fenomeno contingente e non di lungo periodo, sul mercato si guarda con maggiore prudenza alle prospettive del petrolio. Inoltre un ulteriore catalyst ribassista di breve periodo sono i progressi nelle trattative per lo smantellamento del nucleare iraniano con un esito positivo che potrebbe riportare sul mercato il greggio targato Teheran. Sviluppi sul fronte iraniano che insieme all’abbondanza dell’offerta saudita (che a settembre ha visto le esportazioni salire ai massimi dal 2005) hanno portato gli analisti di Citigroup a ritenere che l’Opec l’anno prossimo sarà costretta a tagliare l’output di greggio. La banca d’affari statunitense stima pertanto che il prezzo medio del Brent scenderà a 98 dollari nel 2014. Il consensus Bloomberg vede invece quotazioni sostanzialmente stabili a 105 dollari al barile il prossimo anno per poi scendere a 100 dollari nel 2015 e 95 nel 2016.

Energy Us: il business delle MPLs
Gli Stati Uniti hanno aperto la strada non solo nella esplorazione e produzione non convenzionale di oil & gas, ma anche nella fase di trasporto o mid-stream attraverso le cosiddette Master Limited Partnerships (MLPs). Le MLPs infatti detengono e gestiscono molti dei beni infrastrutturali chiave degli Stati Uniti, compresi i gasdotti, gli impianti di stoccaggio, i sistemi di raccolta e gli impianti di lavorazione. Jason Stevens, direttore dell’Energy Research di Morningstar, ha rimarcato in una presentazione tenuta recentemente a Milano che gli MPLs godono del vantaggio di flussi di cassa tendenzialmente stabili , la crescita del settore supportata dalla necessità di costruire infrastrutture energetiche e alti rendimenti attesi (6% di yield abbinato a 6% di tasso di crescita secondo le stime di Goldman Sachs). In Europa l’unico ETF legato alle Master Limited Partnerships è l’ETF Source Morningstar US Energy Infrastructure Mlp UCITS che va a replicare il Morningstar MLP Composite Index Total Return che fa riferimento al 97% proprio all’universo delle MLPs. Lanciato a fine 2010, l’indice Morningstar è attualmente composto da 46 titoli, viene ribilanciato ogni tre mesi e nessun titolo può pesare più del 10% del totale. L’ETF targato Source, quotato sia a Londra che a Zurigo, dalla data del lancio (maggio 2013) ha già raccolto 128 mln di dollari di AuM. E’ disponibile in classi di azioni a capitalizzazione e a distribuzione, la commissione di gestione è dello 0,50% annuo. Negli ultimi tre mesi ha segnato un +4,37%, non risentendo quindi del calo a doppia cifra (-13%) del petrolio Wti nell’analogo arco di tempo.

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