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La variabile valutaria negli ETF sui bond emergenti

Scritto il alle 09:53 da Redazione

La violenta fuga di primavera dagli asset emergenti, innescata dall’uscita allo scoperto da parte della Federal Reserve che ha preannunciato l’avvio della riduzione del piano di acquisti di asset, non ha mancato di intaccare i ritorni dall’investimento in bond emergenti. Inoltre i forti movimenti valutari hanno fatto affiorare il problema di come posizionarsi su questi Paesi dopo che negli scorsi anni la rivalutazione delle valute emergenti aveva acceso l’interesse verso i prodotti a valuta locale.

Fondamentali più solidi rispetto al passato
Tra i punti a vantaggio dei bond emergenti ci sono dei fondamentali economici decisamente più solidi rispetto al passato e rendimenti reali decisamente più elevati rispetto a quelli di paesi core quali Stati Uniti, Germania o Giappone. “I titoli di Stato in molti Paesi emergenti spesso sono più forti rispetto a emissioni di Paesi sviluppati – rimarca Scott Ebner, global head of product development di State Street Global Advisors (SSgA) – invogliando gli investitori ad assumersi il rischio valutario aggiuntivo come testimoniato dalla costante crescita negli ultimi anni degli afflussi verso queste categorie sia nei mutual funds in generale che negli ETF”. Proprio i fondi a replica passiva rappresentano la via più semplice, liquida e a basso costo per giovarsi di un’esposizione diversificata ai bond emergenti, permettendo di affacciarsi anche su alcuni segmenti altrimenti difficilmente investibili. Tra quelli quotati a Milano il TER va da un minimo dello 0,3% a un massimo dello 0,55% con spread bid-ask abbastanza contenuto pari allo 0,42% per controvalori di 25mila euro (dati Borsa Italiana relativi a luglio 2013), anche se superiore alla media generale degli ETF a reddito fisso che è dello 0,21%.

La variabile valutaria
L’ondata di vendite degli scorsi mesi ha condizionato le performance degli ETF legati a bond emergenti, colpendo sia quelli su indici in valuta locale che quelli con emissioni in dollari. Di contro il sell-off ha rimpinguato i rendimenti tornati ad essere molto allettanti (il rendimento alla scadenza per l’Ishares JP Morgan $ Emerging Markets Bond è ora del 5,56% dal 4,2% di inizio di maggio). In caso di volatilità le oscillazioni al ribasso delle valute locali rappresentano una fonte di rischio che può essere ammortizzata dall’investitore dell’area euro ancorandosi a ETF su indici composti da emissioni in dollari o che offrono una copertura valutaria completa. Tra i fondi quotati a replica passiva sul reddito fisso emergente quello con maggiori masse gestite è l’Ishares JP Morgan $ Emerging Markets Bond che si rifà a un indice composto da circa 150 emissioni governative denominate in dollari con la prevalenza attualmente di titoli di Turchia, Brasile, Filippine, Indonesia, Russia e Messico. Le obbligazioni devono presentare un importo minimo complessivo pari a 1 miliardo di dollari e con una vita residua di almeno 2 anni. Il ribilanciamento avviene mensilmente così come la distribuzione del dividendo. In questo caso l’investitore è esposto in maniera diretta all’oscillazione del cambio euro/dollaro. Caratteristiche simili per il Lyxor ETF iBoxx $ Liquid Emerging Markets Sovereigns e l’Amundi ETF Global Emerging Bond Markit Iboxx che si rifanno all’indice iBoxx $ Liquid Emerging Markets Sovereigns composto da obbligazioni denominate in dollari statunitensi rivenienti a 21 differenti Paesi emergenti con massimo due bond per ogni Paese; inoltre nessun Paese può pesare più del 12,5% sul totale, percentuale che scende al 5% se il rapporto debito/Pil è pari o superiore all’80%. Le obbligazioni per entrare nell’indice devono presentare un ammontare minimo di 500 milioni di dollari e una vita residua di almeno due anni.

L’opzione con copertura dal rischio cambio
Una copertura valutaria completa è prevista invece dal Db X-Trackers Emerging Markets Liquid Eurobond Index ETF, composto da strumenti di debito emessi da massimi 15 stati o enti quasi sovrani di America Latina, Asia, Paesi emergenti di Europa, Africa e Medio Oriente. “Se lo si confronta con gli omologhi ETF in dollari Usa – rimarca Mauro Giangrande, responsabile della piattaforma db X-trackers di Deutsche Bank per l’Italia – questo non beneficia di un eventuale apprezzamento del dollaro rispetto all’euro (e allo stesso tempo non viene penalizzato da un eventuale deprezzamento)”. Allo stesso tempo, rispetto ad un prodotto in local currency questo ETF soffre meno nei periodi di forte riduzione degli investimenti nei mercati emergenti poiché non è soggetto al deprezzamento delle valute emergenti rispetto all’euro. Le obbligazioni comprese nell’indice possono essere denominate in euro, sterline, dollari Usa, dollari canadesi o yen con vita residua che deve essere compresa tra i 5 e i 30 anni. L’hedging viene effettuato tra il dollaro e l’euro attraverso la sottoscrizione di contratti forward mensili a livello di indice sottostante.

Bond in valuta locale
Tra i replicanti di maggior successo nell’universo del reddito fisso figurano quelli su indici in valuta locale che aprono alla possibilità di sfruttare il potenziale di apprezzamento delle valute dei diversi Paesi emergenti e nel 2012 avevano garantito ritorni a doppia cifra. A Piazza Affari sono due gli ETF di questo tipo: lo SPDR Barclays Emerging Markets Local Bond UCITS ETF che replica la performance del’indice Barclays Emerging Markets Local Currency Liquid Government con esposizione dell’emittente ad un massimo del 10%, ridistribuendo il valore in eccesso del mercato, proporzionalmente, su tutto l’indice; c’è poi l’iShares Barclays Emerging Market Local Govt Bond fund che si rifà a un indice che include obbligazioni governative di 8 Paesi emergenti con una scadenza iniziale compresa tra 2 e 30 anni. Il ribilanciamento dell’indice avviene ogni mese.

L’alternativa del corporate
Novità dello scorso maggio sono poi gli ETF su bond societari investment grade e high yield dei mercati emergenti. “In un’ottica di diversificazione dell’investimento – sostiene Scott Ebner di SSgA – i bond societari dei mercati emergenti presentano rendimenti interessanti rispetto ad altre categorie e il livello di rischio risulta abbastanza contenuto se si considera che circa l’80-85% di queste emissioni risulta investment grade”. Lo SPDR BofA Merrill Lynch Emerging Markets Corporate Bond UCITS ETF si rifà a un indice di titoli di debito corporate investment grade e high yield dei mercati emergenti denominati in dollari che va a coprire più di 25 mercati, circa 600 emissioni e circa 230 emittenti con un rating minimo di CCC- (attualmente solo il 17,15% ha rating inferiore all’investment grade). Caratteristiche simili per l’iShares Morningstar USD Emerging Mkts Corp Bond il cui indice sottostante (Morningstar Emerging Markets Corporate Bond) include obbligazioni emesse da società di America Latina, Europa orientale, Medio Oriente, Africa e Asia (escluso il Giappone). Anche per questi due ETF, che sono a replica fisica a campionamento, sussiste il rischio cambio con la valuta di trattazione sul mercato regolamentato Borsa Italiana (Euro) che non corrisponde alla valuta dei titoli che compongono l’indice (USD) e pertanto l’investitore è esposto alle variazioni del tasso di cambio euro/dollaro.

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