Crescente interesse verso gli ETF low volatility

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Nonostante la bassa volatilità che caratterizza attualmente i mercati azionari, continua a crescere l’interesse verso i replicanti legati a indici alternativi a quelli a capitalizzazione
Wall Street si avvia ad archiviare il primo trimestre dell’anno con il Dow Jones che in queste settimana ha più volte aggiornato i massimi storici mentre lo S&P 500 ha più volte flirtato con i massimi assoluti risalenti all’ottobre 2007. L’ottimismo che contraddistingue i mercati non ha mancato di riflettersi in flussi record sugli ETF azionari, pari a oltre 47 miliardi di dollari nei primi due mesi dell’anno. Uno sguardo attento consente di riscontrare un particolare incremento dei flussi rivolti verso i replicanti legati a indici a bassa volatilità, che si prefiggono di assicurare un contenimento del rischio a parità di rendimento atteso. Interessante notare come il crescente interesse verso questi strumenti si verifica in un contesto di volatilità molto contenuta testimoniata dalla discesa dell’indice Vix (che misura la volatilità del mercato azionario Usa) ai minimi a 6 anni. Nonostante ciò gli investitori cercano copertura dal rischio di un potenziale ritorno di incertezza sui mercati guardando con interesse a indici alternativi ai tradizionali benchmark a capitalizzazione di mercato. “E’ una metodologia facile da capire e un modo efficace per gli investitori di aggiungere o mantenere l’esposizione all’azionario nel tentativo di ridurre il rischio complessivo del portafoglio”, ha osservato John Feyerer, head of product strategy & research at Invesco PowerShares.

Gli afflussi sugli ETF low volatility sono stati pari in media a 926 milioni di dollari nei primi due mesi del 2013, più che raddoppiati rispetto all’analogo periodo del 2012. Si tratta di indici alternativi ai tradizionali market-weighted dove il peso dei singoli titoli è rimodulato in modo da ridurre la volatilità del proprio investimento. Rispetto ai tradizionali indici a capitalizzazione di mercato si va ad evitare i fenomeni di trading following ed eccessiva concentrazione sui titoli maggiormente gettonati. “E’ necessario rimarcare – si legge nell’ETP Landscape di BlackRock di febbraio – che sussistono considerevoli differenze metodologiche nei vari indici che questi ETF replicano. Alcuni escludono le azioni più volatili, altri prendono un approccio più dinamico selezionando le azioni con un minore Beta”. Il successo degli ETF bassa volatilità è stato indubbiamente trainato anche dall’aumento dell’offerta a livello globale: il numero degli ETF low volatility o minimum variance hanno raggiunto quota 34 con asset in gestione per 8,7 mld di dollari a fine febbraio. Ultime novità in ordine di tempo sono arrivate da PowerShares con il lancio negli Stati Uniti di due ETF sulle mid e small cap statunitensi.

Il maggiore ETF al mondo tra quelli a strategia low volatility, il PowerShares S&P 500 Low Volatility ETF, a marzo ha superato l’asticella dei 4 miliardi di dollari di masse gestite segnando anche una sovraperformance rispetto all’S&P 500. Negli ultimi 12 mesi infatti l’indice S&P 500 Low Volatility ha offerto un rendimento del 17% con 8,7% di volatilità rispetto a un rendimento del 13% e volatilità del 12,8% per il corrispondente indice market weight.  Il PowerShares S&P 500 Low Volatility ETF si rifà a un indice composto dai 100 titoli dell’S&P 500 che hanno presentato la più bassa volatilità considerando gli ultimi 12 mesi. Traguardo dei 4 mld di dollari di masse gestite superato anche dalla gamma low volatilità proposta da iShares a soli 16 mesi dal lancio. Il poker di ETF low volatility targati iShares dallo scorso autunno è sbarcato anche sulla Borsa di Londra. Le proposte di iShares si sono allo Spdr S&P 500 Low Volatility Etf quotato a Londra e Francoforte lo scorso ottobre. Questo ETF, che State Street Global Advisors intende quotare anche sul mercato ETFPlus di Borsa Italiana, prevede una metodologia di replica fisica completa di una selezione dei 100 titoli dell’indice S&P 500 che presentano più bassa volatilità storica. Nessun titolo può avere all’interno dell’indice un peso superiore al 4%. In Italia sono già quotati quattro ETF Minimum Variance targati Ossiam.

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