Contenimento del rischio con gli indici bassa volatilità

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La volatilità rappresenta uno dei principali spauracchi per gli investitori. La crisi degli ultimi anni ha infatti acuito gli sbalzi di umore dei mercati: tra il 2007 e il 2011, l’indice MSCI Europe ha visto variazioni giornaliere del +/- 2% per più di tre volte al mese, mentre nei tre anni precedenti il ritmo di queste variazioni era solo cinque volte l’anno circa. L’evidenza empirica di lungo periodo vede nell’azionario una relazione tra volatilità e rendimenti che contraddice il Capital asset pricing model (CAPM), secondo il quale le azioni ad elevata volatilità, quindi alto beta, portano a realizzare un rendimento più elevato. Ksenya Rulik, gestore e responsabile analisi quantitativa di Ossiam, intervenuta nel seminario “Soluzioni indicizzate innovative per un nuovo contesto di mercato” tenuto settimana scorsa a Milano, ha sottolineato invece come nel tempo la relazione tra volatilità e rendimenti non risulti stabile nel tempo, portando nel lungo periodo all’emerge della cosiddetta “anomalia della bassa volatilità”, ossia con azioni poco volatili (basso beta) che portano a pervenire a un elevato Alpha. Nella costruzione di un portafoglio di lungo periodo è essenziale l’asset allocation iniziale e, rimarca Ksenya Rulik, partendo da un portafoglio iniziale molto volatile, una riduzione di tale componente nel corso del tempo comporta un effetto positivo che si riflette nella performance”. Tra gli strumenti maggiormente in voga per una selezione più accurata dei titoli ci sono gli indici low volatility/minimum variance che rientrano nella categoria delle strategie smart beta. Sul mercato degli ETF l’offerta di indici alternativi a quelli market-weighted sta crescendo progressivamente sia negli Usa che in Europa con soprattutto gli ETF low volatility che cominciano ad essere seguiti con molta attenzione dagli investitori. In questi replicanti il peso dei singoli titoli è rimodulato in base alla volatilità con la quota dei titoli meno volatili che aumenta, mentre viene ridotta quella dei più volatili. Rispetto ai tradizionali indici a capitalizzazione di mercato si va ad evitare i fenomeni di trading following ed eccessiva concentrazione sui titoli maggiormente gettonati.

Le nuove proposte per gli investitori europei
In Europa ultima novità in ordine di tempo è la quotazione di quattro ETF low volatility da parte di iShares sulla Borsa di Londra. Questi ETF si rifanno a indici sottostanti che seguono l’approccio minimum variance per ottenere un più basso rischio totale, misurato dalla deviazione standard. La metodologia di replica è fisica ottimizzata al fine di aumentare la liquidità e ridurre i costi di manutenzione e replica. L’emittente che fa capo a BlackRock propone strumenti che già aveva sperimentato sul mercato nordamericano degli ETF con discreti riscontri. Ad esempio l’iShares MSCI USA Minimum Volatility Index ETF e l’iShares MSCI All Country World Minimum Volatility Index ETF hanno attirato rispettivamente un patrimonio di 657 e 649 milioni di dollari dal loro lancio nell’ottobre 2011. Le proposte di iShares si aggiungono a quella dello scorso ottobre di State Street Global Advisors che ha portato a Londra e a Francoforte lo Spdr S&P 500 Low Volatility Etf, replicante che permette di puntare su un indice a bassa volatilità legato all’S&P 500. Questo ETF, che SSgA intende quotare anche sul mercato ETFPlus di Borsa Italiana, prevede una metodologia di replica fisica completa di una selezione dei 100 titoli dell’indice S&P 500 che presentano più bassa volatilità storica. Nessun titolo può avere all’interno dell’indice un peso superiore al 4% (ribilanciamento previsto ogni tre mesi). In Italia sono già quotati quattro ETF Minimum Variance targati Ossiam.

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