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Trovare riparo dal rischio euro con gli ETF

Scritto il alle 10:59 da Redazione

Dal G8 di Camp David e dalla riunione informale Ue è emersa la ferma volontà di evitare l’uscita della Grecia dall’euro e prendere misure concrete per sostenere la crescita economica, ma i mercati continuano a guardare con apprensione ai prossimi sviluppi della crisi greca, senza dimenticare le difficoltà del settore finanziario spagnolo e la ricaduta recessiva per i Paesi periferici dell’eurozona.
Il “fly to quality” rimane pertanto di stretta attualità così come la necessità di districarsi tra i pochi porti sicuri rimasti a disposizione degli investitori e le molteplici variabili che influenzano l’andamento di un asset rifugio. Il dollaro Usa si conferma primaria valuta rifugio in caso di turbolenze finanziarie, ma allo stesso modo è esposto al rischio di pagare dazio in caso di nuovo piano di quantitative easing da parte della Federal Reserve. Tra le altre valute rifugio il franco svizzero è uscito di scena dopo la decisione dello scorso anno  SNB di fissare un floor per il cross euro/chf e allo stesso modo lo yen è soggetto al crescente interventismo della Bank of Japan per evitarne un suo eccessivo apprezzamento.

Rischio Grecia e short sull’euro
Indubbiamente l’incertezza attuale, guardando ai mercati valutari, va a pesare in primo luogo sull’euro, reduce da diverse settimane di cali che lo hanno ricacciato a un passo dai minimi annui. Asmara Jamaleh, economista di Intesa Sanpaolo specializzata sui mercati valutari, rimarca come risulti difficile quantificare il downside collegato all’eventuale uscita della Grecia dall’euro perché si tratterebbe di evento senza precedenti storici, ma si può ipotizzare una discesa tra 1,25 e 1,18 dollari ricordando come in occasione della “prima” crisi greca, il cambio precipitò da 1,35 proprio a 1,18 dollari tra aprile e giugno 2010. Non va poi dimenticato il contesto di stagnazione economica dell’eurozona che potrebbe indurre la Bce a nuove mosse di stimolo economico, tra cui non va esclusa quella di ridurre il livello dei tassi come sollecitato oggi dall’Ocse. Politica ultra-accomodante della Bce che andrebbe a ridurre il differenziale dei tassi rispetto agli Stati Uniti fornendo quindi ulteriori spinte ribassiste sull’euro.
Per prendere posizione sulle possibili fluttuazioni del cross valutari ci sono i currency ETC che replicano le versioni triple long e triple short degli indici Msfxsm pubblicati da Morgan Stanley, moltiplicando quindi per tre al rialzo o al ribasso la variazione dell’indice. In particolare l’ETFS 3x Long USD Short EUR fornisce un’esposizione long sul dollaro Usa e short sull’euro e da inizio maggio presenta una performance positiva del 12% (+30% considerando gli ultimi 12 mesi). Andamento analogo per l’ETFS 3x Long JPY Short EUR che offre un’esposizione long sulla valuta giapponese e short sull’euro. Questa tipologia di prodotti si presta a essere utilizzata sia come strumento di hedging (copertura) sia per catturare i trend di mercato. Va ricordato che il meccanismo del ribilanciamento giornaliero fa sì che il riferimento per il calcolo del valore dell’indice a leva è ristabilito ogni giorno e, pertanto, i rendimenti calcolati su periodi superiori a un giorno possono discostarsi dalle performance effettive dei cross valutari moltiplicati per 3. Di contro chi guarda con ottimismo ai possibili sviluppi della crisi del debito o intende semplicemente coprirsi dal rischio di un ribasso del dollaro, c’è l’ETFS 3x Short USD Long EUR che permette di avvantaggiarsi dei rialzi del cross euro/dollaro.

Bund, Treasury e Gilt attraverso gli ETF
Sull’obbligazionario invece si conferma una netta predilezione in contesti di elevata incertezza verso Bund, Treasury e Gilt. Aggiornati nuovamente i massimi storici nelle ultime sedute, il rendimento dei titoli decennali tedeschi è sceso sotto l’1,5% e secondo gli analisti di Nomura c’è spazio per una discesa fino all’1,25%, livello che potrebbe essere violato se non arriverà nessuna risposta politica alla crisi. Tra gli ETF obbligazionari quotati sul mercato italiano sono saliti a quota cinque i replicanti proposti da Deutsche Bank con la quotazione lo scorso mese del Db X-Trackers Ii Iboxx Eur Germany 7-10 che si aggiunge a quelli legati a bond tedeschi con scadenze più brevi (1-3 anni e 3-5 anni) e ai due ETF comprendenti invece emissioni del governo tedesco relative a tutte le classi di scadenza. Tra questi il db x-trackers II IBOXX € Germany TR Index (4%-D) ha la peculiarità di prevedere un dividendo annuo prestabilito, pari al 4% del NAV del giorno di riferimento. L’esposizione ai titoli di Stato tedeschi può avvenire anche attraverso il Lyxor ETF Daily Leveraged Bund che permette di avvantaggiarsi con leva 2 del rialzo del future sul decennale tedesco, incorporando quindi una maggiore reattività (nel bene ma anche nel male) ai movimenti del sottostante.
Per investire invece su indici contenenti obbligazioni governative statunitensi ci sono diversi ETF proposti da Credit Suisse, iShares e Lyxor che spaziano da scadenze brevi a quelle medio-lunghe. A differenza dei replicanti relativi a indici obbligazionari dell’eurozona, questi espongono l’investitore al rischio cambio euro/dollaro che potrebbe condizionare il rendimento finale dell’investimento. Esposizione al cambio euro/sterlina invece per chi vuole puntare sull’unico ETF sui titoli di stato britannici presente a Piazza Affari, ossia l’iShares Ftse UK All Stocks Gilt.

Oro in secondo piano, ma pronto a ripartire
Negli ultimi mesi è invece rimasta in disparte l’opzione rappresentata dall’orom da sempre considerato asset rifugio per eccellenza. Negli ultimi tre mesi il metallo giallo è arrivato a perdere 10 punti percentuali con gli investitori intenti a vendere oro e acquistare dollari Usa come rifugio dalla crisi europea. Il consensus rimane comunque positivo con target 1.840 dollari l’oncia  a fine anno rispetto ai 1.575 attuali. Stesso livello a 6 mesi è indicato da Goldman Sachs che lo ritiene il vero asset sicuro per situazioni di emergenza e già a giugno potrebbe esserci un cambio di rotta con l’eventuale QE3 della Fed che spingerebbe gli investitori a vendere dollari e acquistare oro.

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