Dal Canada all’Australia, catturare con gli ETF le virtù dei Paesi sviluppati di seconda fascia

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La crisi del debito sovrano nell’eurozona con il concreto rischio di una ricaduta recessiva, la crescita sotto il potenziale degli Stati Uniti e le croniche difficoltà del Giappone. Sono solo alcuni dei più evidenti fattori di criticità che preoccupano gli investitori circa le prospettive di un investimento sui principali mercati sviluppati. Un contesto di elevata incertezza che invoglia a valutare le alternative d’investimento presenti sui mercati azionari globali. Non mancano infatti realtà di Paesi dai solidi fondamentali che non sono alle prese con problemi di debito e presentano valutazioni attraenti. Basta guardare oltreoceano per scorgere, proprio di fianco agli Stati Uniti, il Canada che ha da poco diffuso forti dati sulla crescita economica (+3,5% annualizzato nel terzo trimestre). E proprio l’equity canadese risulta nella lista delle sei idee di investimento proposte da Goldman Sachs nel suo outlook per il 2012. La casa d’affari statunitense propone di andare long sul mercato canadese in virtù anche della propria view bullish su commodity e prezzi energetici, scenario che quindi andrebbe a favorire proprio l’azionario canadese molto dipendente dall’andamento delle materie prime. Nell’indice Msci Canada le società dei materiali di base ed energetiche contano per quasi il 50% del totale. Goldman Sachs rimarca inoltre come il mercato canadese sia, tra quelli sviluppati, uno dei meno correlati con l’eurozona e quindi meno esposto alla crisi dell’euro. Un mercato egualmente molto reattivo all’andamento delle commodity è quello australiano che annovera al suo interno colossi minerari quali BHP Billiton e Rio Tinto, con i titoli minerari ed energetici che pesano per oltre un terzo nell’indice S&P ASX 200. In particolare il titolo BHP Billiton da solo conta per oltre il 14% all’interno dell’indice S&P ASX 200. Il governo australiano ha recentemente tagliato le stime di crescita che comunque dovrebbe mantenersi a livelli sostenuti, più 3,25% sia quest’anno che nel 2012. Sul mercato degli ETF sono diversi gli strumenti che permettono di prendere posizione su questi mercati. In particolare a Milano ci sono cinque replicanti che permettono di investire sull’azionario canadese e tre su quello australiano. Per tutti questi prodotti l’investitore è esposto al rischio cambio, rispettivamente euro/dollaro canadese ed euro/dollaro australiano. Quattro dei cinque ETF sul Canada (vedi tabella in pagina 5) replicano l’indice MSCI Canada che riflette le performance di società canadesi a grossa e media capitalizzazione. E’ previsto un ribilanciamento periodico ogni trimestre. A fine novembre il titolo di maggior peso era Royal Bank of Canada con il 5,57%, seguito da altri 2 titoli bancari. Nel complesso il settore finanziario incide per il 30,60%, seguito da energia e materiali di base che insieme sfiorano il 50% dell’indice. Mentre i due ETF proposti da Credit Suisse e Deutsche Bank prevedono il reinvestimento nel fondo dei dividendi, per i due di Ubs i dividendi vengono distribuiti semestralmente. A livello di costi quello con TER inferiore è l’Ubs-Etf Msci Canada I (0,34%) che però è riservato a investitori istituzionali e a quelli privati facoltosi, in quanto prevede un valore della singola quota molto elevata. Infine il Lyxor ETF Canada replica l’indice S&P TSX 60, composto da 60 azioni canadesi con sempre banche (25,26%) ed energetici (24,52%) che risultano i settori più rappresentati.

iShares valuta il potenziale nascosto dei Paesi “CASSH”
Un interessante studio sulle potenziali opportunità da cogliere in alcuni Paesi sviluppati di piccole dimensioni è stato fatto da iShares che ritiene i CASSH – acronimo che si riferisce congiuntamente a Canada, Australia, Singapore, Svizzera e Hong Kong – fondamentalmente più forti della maggior parte dei grandi Paesi sviluppati. “Non tutti i mercati sviluppati rientrano in un purgatorio di crescita lenta – sostiene Russ Koesterich, Global Chief Investment Strategist di iShares – ed è interessante notare che tra le economie sviluppate quelle di minori dimensioni appaiono più sane”. Molti di questi Paesi sono meno gravati da debiti pubblici e deficit strutturali e, per la maggior parte, godono di migliori prospettive di crescita. “Nonostante migliori prospettive di crescita e inferiori livelli di indebitamento non siano garanzie per rendimenti maggiori – rimarca Koesterich -i buoni fondamentali suggeriscono che questi mercati dovrebbero avere valutazioni superiori rispetto alle loro controparti più grandi e crediamo che questi fattori positivi non siano completamente riflessi nelle valutazioni azionarie”. Un sovrappeso di questi mercati, aggiunge l’esperto di iShares, può anche essere giustificato dalle loro valute. Infatti, gli squilibri macro dei Paesi maggiori potrebbero anche sfociare nel lungo termine in un deprezzamento del dollaro, euro e yen.

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