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Maneggiare al meglio gli ETF per un investimento oculato sugli emergenti

Scritto il alle 10:48 da Redazione

Tra maggio e giugno l’equity ha riservato ben poche soddisfazioni. Con il nuovo acuirsi della crisi greca e gli Stati Uniti alle prese con una crescita anemica, gli investitori hanno nuovamente spostato le loro attenzioni verso i mercati emergenti.  Dall’ultimo ETF Landscape a cura di BlackRock emerge che a maggio, mese in cui l’indice MSCI World ha riportato un calo del 2,5%, i deflussi dagli ETF che vanno a replicare indici azionari sono stati pari a 1,2 miliardi di dollari a livello globale. Di contro gli ETF azionari legati ai mercati emergenti hanno registrato afflussi per 0,3 miliardi. Considerando i primi 5 mesi del 2011, il saldo rimane in rosso per gli ETF emergenti con deflussi per 1,35 mld. Complessivamente il patrimonio gestito relativo a replicanti legati ai mercati emergenti ammonta a 241,8 miliardi di dollari, il 16,7% del totale dell’industria degli ETF, con 507 diversi strumenti quotati a livello globale. Lo scorso mese la crescita delle masse gestite è derivata principalmente dagli afflussi verso gli indici emergenti globali (+1 mld $) e su alcuni singoli Paesi, in particolare spicca l’interesse verso gli ETF sul Messico (+863 mln $). Di contro c’è stata una piccola fuga dagli ETF sulla Cina (-731 mln).

L’utilizzo degli ETF per diversificare al meglio il portafoglio
Gli ETF offrono la possibilità di assumere una piena esposizione sui mercati azionari emergenti attraverso la replica di indici che spalmano il rischio su più Paesi oppure indici che offrono la piena esposizione su un singolo mercato. Nel medio-lungo termine gli emergenti si sono comunque mostrati in grado di offrire ritorni superiori alla media, anche se espongono l’investitore all’elevata volatilità che solitamente li caratterizza. In generale si tratta di uno strumento appropriato per implementare un’efficace politica di diversificazione del portafoglio e permettono di investire in mercati altrimenti difficilmente accessibili. “Nella pianificazione ed esecuzione dei programmi di investimento nei mercati emergenti – sottolinea George R Hoguet, strategist di SSgA Global Investment –  è necessario fare attenzione a fattori quali la liquidità, che può essere volubile nel tempo, e all’orizzonte temporale dell’investimento”. “Le grandi crisi dei mercati emergenti non devono essere viste come un ricordo del passato – aggiunge George R Hoguet – ma con  la Cina e l’India che contano per circa un terzo dell’umanità, le opportunità sono molte per un investitore disciplinato”.  “Nonostante l’ininterrotto trend di crescita di lungo termine per i Mercati Emergenti – rimarca Patrick Pastollnigg, gestore di Raiffeisen Capital Management – non vanno sottovalutati i fattori negativi in gioco. Tra questi ci sono, ad esempio, l’inflazione in rialzo, i segnali di un surriscaldamento nell’attività economica, l’innalzamento dei tassi di interesse, prezzi del petrolio più alti e la perdita di competitività a livello internazionale dovuta all’apprezzamento delle valute”.
Gli ETF emergenti presentano dei costi lievemente superiori (TER medio dello 0,7% in Europa rispetto allo 0,37% medio degli ETF) a cui vanno aggiunti i costi legati ai maggiori spread che caratterizzano soprattutto i mercati emergenti meno liquidi. In Italia in media è dello 0,24% (per controvalori di 25mila euro, dati Borsa Italiana ad aprile 2011) rispetto allo spread dello 0,16% degli ETF sui mercati sviluppati, ma in alcuni casi supera anche l’1%.

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